I Signori della Cenere - Assaggi - La "lavatrice"

 


Cap. 6, pp. 46-8

New York, 29 settembre 2006


Finalmente solo, Lorenzo prese posto sulla poltrona, fece un lungo respiro e inalò, preparata in quattro e quattr’otto direttamente sulla scrivania, una bianchissima striscia di coca, necessaria per rinvigorire le due sniffate di un’ora prima, ormai in procinto di esaurire il loro corroborante effetto. A quel punto si sentì bene. Pronto per dedicarsi anima e corpo al suo giocattolo preferito, che da un paio d’anni lo stava impiegando quasi a tempo pieno, con sua grande soddisfazione e persino divertimento: “la lavatrice”.

Era in questo modo che, dentro la banca, veniva confidenzialmente chiamata dai pochi individui che sapevano farla funzionare. Una favolosa macchina in grado di trasformare il piombo in oro. Di lavare, appunto, ciò che con tecnicismo asettico era definito credito “subprime”, ovvero di serie B, ma che più propriamente doveva essere chiamato credito sporco, spazzatura, merda. E di ottenere, dopo il lavaggio, denaro pulito, pulitissimo. E soprattutto tanto. Nell’anno in corso, la lavatrice aveva già fruttato alla banca cinquecento milioni di dollari di commissioni, tre volte l’anno precedente. E bonus da decine di milioni per i suoi rispettatissimi utilizzatori. Gli alchimisti. Fra i quali Lorenzo era indiscutibilmente il più dotato.

A fornire i panni sporchi da infilare nella lavatrice erano soggetti presenti ovunque in tutti gli States: i poveri. Quelli americani, in omaggio al primo comandamento della nazione, avevano una particolarità: rifiutavano altezzosamente la loro condizione e pretendevano di consumare e spendere come se ne avessero, di soldi. Soprattutto, desideravano ardentemente, pure loro, avere una casa di proprietà. E non qualche buco d’appartamento, ma grosse ville con giardino. In America i sogni non si negano a nessuno, e così alle società ipotecarie era consentito concedere prestiti anche agli squattrinati: i mutui subprime, appunto. I panni sporchi. La merda.

Lo zio Sam ha sempre insegnato che tutto può diventare merce e tutto può essere venduto. Anche la merda. All’unica condizione di camuffarla, impacchettarla per bene e far svanire il tanfo. Era qui, in questo preciso frangente, che entravano in gioco gli alchimisti di Wall Street. Il loro compito era acquistare i mutui subprime, tritarli in mille pezzettini e mescolarli con i mutui buoni, quelli concessi a chi poteva ripagarli. Tritata e mescolata, la merda smetteva di puzzare, e uno poteva persino scambiarla per cioccolata. In altre parole, diventava merce. Il nome ufficiale del prodotto era opportunamente incomprensibile ai profani, come il meccanismo sul quale si reggeva: synthetic subprime mortgage bond-backed collateralized debt obligation, più brevemente CDO.

Una volta uscito dalla lavatrice, il CDO era uno strumento finanziario pulito, un’obbligazione immessa sul mercato dalle banche di Wall Street come qualsiasi altra. Ma con un vantaggio, che la distingueva da tutte le altre: la materia prima, in quanto merda, era pagata poco e niente, il che garantiva alle banche che la piazzavano enormi profitti. Non appena ne aveva colto l’essenza, Lorenzo aveva sorriso, perché il procedimento gli era parso nient’altro che l’evoluzione, infinitamente più complicata e redditizia, del vecchio, rudimentale trucco napoletano del mattone. Con una sola, decisiva differenza. Il trucco del mattone era reato. La lavatrice e i CDO che ne uscivano no.

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